N°6 | Estate 2019

L’editoriale di Csaba dalla Zorza

 

Da molti mesi, il modo in cui cerco di dare il mio contributo a un mondo senza plastica sta prendendo dentro di me uno spazio più grande e – a tratti – davvero aggressivo. Vorrei che i governi in Europa avessero a cuore questo argomento in modo semplice: vietare all’industria alimentare di vendere i prodotti incartati nella plastica. Come si farebbe? Come abbiamo sempre fatto sino a circa 70 anni fa. Dopo un moto di rivolta da parte dell’industria che produce gli incarti, e un malcontento generale della popolazione dovuto alla comparsa di prodotti venduti senza il loro contenitore usuale, tutto tornerebbe come prima. E saremmo finalmente in grado di andare avanti. Ma in questo momento credo che i nostri governi abbiano ben altro a cui pensare. E mentre andiamo a picco lato ambiente, temo che la soluzione unica sia un bel fai-da-te da parte nostra. Siete d’accordo?

L’anno scorso la quantità di plastica messa in commercio è aumentata del 2,3% (fonte: LifeGate, rapporto gennaio 2019). La buona notizia è che la raccolta differenziata è aumentata del 14%. Ma il problema è che, come in molti altri Paesi in Europa (per non parlare del resto del mondo), dare una seconda vita alla plastica non è facile né economico. Così, anche se per legge entro il 2030 tutta la plastica dovrà essere riciclabile, ad oggi ad essere ridotta, a mio avviso, deve essere la quantità prodotta. Dagli anni ’50 ad oggi abbiamo prodotto 8,3 miliardi di tonnellate di plastica (fonte: WWF, 2019) gettandone nella natura 6,3 miliardi. Una bottiglietta abbandonata è una ferita. Io non voglio ferire il pianeta.

Per incominciare, sono partita da due punti. Il primo è ovvio (per fortuna): non ho mai abbandonato rifiuti in giro, di nessuna natura. Il secondo riguarda la tavola, che è per certi versi il mio mondo. Sulla mia tavola, niente plastica. Detto così sembrava una cosa facile e intuitiva, perché quando mi sono data questo obiettivo, era già chiaro che piatti e bicchieri di plastica nella mia borsa della spesa non sarebbero mai entrati. Ma, ovviamente, bisognava andare oltre. Così ho fatto una lista. Con tutto quello che posso decidere di non acquistare nella plastica perché esiste un’alternativa. È più costoso, direte voi. Sì, è certamente vero. Ma si possono fare altre rinunce. Io l’ho fatto e ne sono felice. Ecco la mia lista, spero possa diventare anche la vostra.

Acqua minerale: ho abbandonato per sempre le bottiglie di acqua minerale usa e getta ritornando in parte al vetro, in parte istallando un rubinetto filtrante in cucina che eroga acqua purificata e fredda al punto giusto. Uova: solo biologiche e solo vendute nel cartone. Latte: meglio nel vetro (anche se a volte difficile da trovare) o negli imballi riciclabili, in attesa che anche da noi venga venduto, come in Gran Bretagna, nelle pellicole biodegradabili poi rivestite in cartone. Pasta e riso: acquisto una marca che utilizza l’imballo in carta
per la pasta e in cartone per il riso. Olio, aceto e sale: tutto nel vetro (per l’olio è più facile, per il sale scelgo la confezione con il vetro per quello da macinare, in cartone per quello grosso). Tonno: solo nel vetro. Frutta, verdura e formaggi: il più possibile senza plastica, chiedendo al banco della salumeria quando ci vado di non usare le vaschette. Cannucce, no, grazie. Mia figlia Ludovica ha quella in metallo, che ripone nell’astuccio. E ne va fiera.

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